medioborghesi. 14:59, giovedì, aprile 30, 2009.
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La vidi sfrecciare via. Alzarsi dal letto e andare fuori con la leggerezza di un respiro. Un gioco che è solita fare nelle notti ghiacciate e aride di emozioni. Con l'abitudinarietà con la quale gli operai di questo quartiere-bunker si svegliano, indossano i jeans da lavoro, gli scarponi scalfiti da mille schegge ed escono in gruppo. Hanno gli occhi color vetro e le bocche ustionate, scendono le scalette delle loro abitazioni malsane, che trasudano miasmi da generazioni, e si dirigono in mandrie verso le luci degli stabilimenti. Così esco e mi dirigo verso la mia luce: è avvolta in un abito scuro ma riesco perfettamente a vedere la sua schiena. Riflette la luna ed è più bianca delle mie paure, così chiara da farmi sorridere per la fortuna che ho avuto nel trovarla.Il bar del quartiere è tipico da annoiarmi, conle insegne banali al neon, i colori hollywoodiani e la porta ad oblò. Nel retro ci sarà sicuramente chi si addormenta, mentre vecchi patrioti rugosi osservano le risse di giovani mosconi da bar. Dentro l’aria è carica di parole confidenziali,fumo e odore di vecchie poltrone rivestite in plastica. Gli avventori incalliti sono seduti sugli sgabelli rossi e danno le spalle al resto del mondo. Incuranti di tutte le loro possibilità hanno i gomiti sul bancone impregnato di gin e lo sguardo fisso verso gli scaffali delle bottiglie. Fanno per girarsi verso di me, ma il barista li richiama al loro dovere. Mi siedo al suo tavolo e intorno non c’è più nulla.
"Beviamo qualcosa insieme?"
“Ok. Ricordi della volta in cui ci incontrammo?
“Fu solo fortuna”.